Psicologia del Bene e del Male

I fatti di cronaca e le nostre esperienze spesso ci portano a domandarci se l’uomo sia per natura buono o cattivo. Nasciamo buoni e il mondo ci insegna il male? Oppure dipende dalla genetica?
L’uomo criminale
Le teorie di Cesare Lombroso si basano sul concetto del criminale naturale. Secondo lui l’origine del comportamento criminale sarebbe insita nelle caratteristiche biologiche del uomo. Lui riteneva esistesse un anomalia che determinava il comportamento socialmente deviante. Di conseguenza, secondo Lombroso l’inclinazione al crimine sarebbe una patologia ereditaria. Solo nell’ultima parte della sua vita Lombroso prese in considerazione anche i fattori ambientali, educativi e sociali come concorrenti a quelli fisici nella determinazione del comportamento criminale. Sebbene a Lombroso vada riconosciuto il merito di aver tentato un primo approccio sistematico allo studio della criminalità, la maggior parte delle sue teorie risultano oggi prive di ogni fondamento scientifico.
Ma allora da cosa dipende la propensione al male?
L’errore fondamentale di attribuzione
Ovvero la generalizzazione di un comportamento non oggettivamente riscontrabile, che induce conclusioni non veritiere.
«La tendenza a spiegare il nostro comportamento e quello delle altre persone unicamente in termini di tratti di personalità, sottostimando in tal modo la forza dell’influenza sociale.»
Capita spesso di formulare valutazioni generali su comportamenti e gesti osservati in assenza di dati oggettivi. In questo modo possono essere elaborati dei modelli generali di funzionamento, stereotipi o pregiudizi, che aiutano a spiegare la realtà. Spesso in questo processo si compiono degli errori di ragionamento, ovvero generalizzazioni di un comportamento non oggettivamente riscontrabile, che inducono a conclusioni non veritiere. Questo processo è chiamato errore fondamentale di attribuzione.
Questo è noto in psicologia sociale anche come “errore di corrispondenza“, rappresenta la tendenza ad attribuire la causa di un comportamento di un altro individuo alla sua personalità (attribuzione disposizionale o Locus of control Interno), sottostimando l’influenza di l’ambiente o contesto (attribuzione situazionale o Locus of control esterno).
Tendenzialmente, le attribuzioni interne o disposizionali, sono volte a mantenere alta l’autostima in caso di successo personale “sono stato bravo“, “e’ merito mio!“, al contrario se si ottenesse un insuccesso si attribuirebbe la causa alla situazione “lo strumento funziona male“, “il capo ha detto di fare così“.
Ad esempio, se A osserva B cadere dalla bici, lo considera incapace (attribuzione disposizionale). Se invece fosse llo stesso A, ad andare in bici e cadere tenderà ad attribuire la causa dell’accaduto alla bici che non funziona adeguatamente o alla strada che è troppo dissestata (attribuzione situazionale).
Il punto di partenza dunque è l’assunto secondo cui le persone tendono a spiegare i comportamenti altrui, in questo caso i comportamenti criminali, come il prodotto di una mente criminale o malata (fattori disposizionali o di personalità). Secondo quest’ottica, il senso comune spiegherebbe i comportamenti devianti come eccezionali e sarebbero prediletti solo da coloro che scelgono di essere crudeli: ecco l’attribuzione ingenua del senso comune.
Logica binaria: Buoni e Cattivi
«Fu pertanto la natura esigente delle mie aspirazioni, più che una particolare degradazione nell’errore a fare di me quello che ero, separando in me, con un solco ancora più profondo che nella maggior parte degli uomini, le due regioni del bene e del male, che dividono e compongono la natura duale dell’uomo.»Dr. Jekyll e Mr. Hide di Robert Louis Stevenson
Partire dalla netta separazione fra bene e male, ci fa cogliere un altro errore fondamentale, ovvero il male è percepito come interiore e immutabile.
«L’idea che un abisso invalicabile separi le persone buone da quelle cattive è consolante per almeno due ragioni. Anzitutto, crea una logica binaria, in cui il Male è essenzializzato. La maggior parte di noi percepisce il Male come un’entità, una qualità intrinseca di certe persone e non di altre. Alla fine, un cattivo seme dà cattivi frutti, come mostra il loro destino. Definiamo il male citando i tiranni malvagi della nostra epoca, quali Hitler, Stalin, PoI Pot, Idi Amin, Saddam Hussein e altri leader politici che hanno orchestrato assassini di massa. Dobbiamo anche riconoscere il male più comune, meno grave, compiuto da trafficanti di droga, stupratori, mercanti del sesso, truffatori di persone anziane, e da quanti distruggono la serenità dei nostri figli con il loro bullismo.» Philip Zimbardo, L’effetto Lucifero, Raffaello Cortina Editore, 2007
La classica distinzione fra bene e male comporta che le persone buone avranno la tendenza a sollevarsi da ogni responsabilità.
«Sostenere che esiste una dicotomia Bene-Male assolve “le persone buone” dalla responsabilità. Le libera dal dover prendere anche soltanto in considerazione il loro possibile ruolo.»
Effetto Lucifero

Effetto Lucifero è il termine utilizzato da Philip Zimbardo per indicare il processo per cui l’aggressività è fortemente influenzata dal contesto in cui l’individuo si trova.
Lo studioso conia il termine in seguito all’esperimento carcerario di Stanford, condotto a Palo Alto nel 1971 da un team di ricercatori, che dimostrò l’importanza dell’ambiente nel determinare le condotte individuali, fattore sottovalutato nella letteratura sull’aggressività che fino al quel momento era stata attribuita esclusivamente alle propensioni individuali.
Zimbardo riprese alcune idee dello studioso del comportamento sociale Gustave Le Bon; in particolare la teoria della deindividuazione, la quale sostiene che l’anonimato, la responsabilità diffusa e l’ampiezza del gruppo favoriscono il processo di perdita identitaria, di consapevolezza e il senso di responsabilità personale riducendo la considerazione delle conseguenze delle proprie azionie. Questi fattori alimenterebbero la comparsa di impulsi antisociali.
La psicologia del male e l’Effetto Lucifero
I lavori di Zimbardo hanno dato inizio a un filone di studi sulla psicologia del male. Le sue ricerche riprendono gli studi sul conformismo di Solomon Asch e sull’obbedienza all’autorità di Stanley Milgram. La psicologia del male vuole dimostrarci che esiste una sottile linea fra bene e male, ed è molto semplice passare da un versante all’altro indipendentemente dalle caratteristiche di personalità. Questo significa che una persona può diventare buona o cattiva in base alla situazione, al contesto, al ruolo ricoperto e al potere conferito.
L’esperimento sull’obbedienza all’autorità di Stanley Milgram
Milgram è autore di vari contributi che riguardano la relazione tra il potere di condizionamento esercitato dalla televisione e i comportamenti antisociali. Alcuni suoi studi riguardano le dinamiche del comportamento individuale condizionato da un sistema gerarchico e autoritario che impone obbedienza. Nel 1961 condusse un celebre esperimento presso l’Università di Yale, teso a verificare il livello di aderenza agli ordini impartiti da un’autorità, nel momento in cui tali ordini entrano in conflitto con la coscienza e la dimensione morale dell’individuo. Tale esperimento è noto come esperimento di Milgram.
In questo esperimento venne studiata l’influenza sociale che una persona può esercitare su un’altra in base all’autorità che le viene riconosciuta dai membri del gruppo a cui appartiene. Lo scopo di questo esperimento era di spiegare fenomeni come il nazismo e la Shoah.
L’esperimento cominciò tre mesi dopo l’inizio del processo a Gerusalemme contro il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann. Milgram voleva rispondere alla domanda “È possibile che Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente eseguendo degli ordini?”.
I soggetti dell’esperimento furono reclutati tramite un annuncio su un giornale locale in cui si ricercavano persone dai 20 ai 50 anni, per partecipare a un esperimento sulla memoria dietro il compenso(quindi non dovevano sapere il vero scopo dell’esperimento). Nella fase iniziale della prova lo sperimentatore, assieme a un complice, assegnava con un sorteggio truccato i ruoli di “allievo” e di “insegnante”: il soggetto ignaro era sempre sorteggiato come insegnante e il complice del team di ricerca come allievo. I due soggetti venivano poi condotti nelle stanze predisposte per l’esperimento. L’insegnante (soggetto ignaro) era posto di fronte al quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica, composto da 30 interruttori a leva posti in fila orizzontale, sotto ognuno dei quali vi era segnalata la tensione, dai 15 V del primo ai 450 V dell’ultimo. Sotto ogni gruppo di 4 interruttori apparivano le seguenti diciture: (1–4) scossa leggera, (5–8) scossa media, (9–12) scossa forte, (13–16) scossa molto forte, (17–20) scossa intensa, (21–24) scossa molto intensa, (25–28) attenzione: scossa molto pericolosa, (29–30) XXX.
Gli veniva fatta percepire la scossa relativa alla terza leva (45 V) in modo che si rendesse personalmente conto che non vi erano finzioni e gli venivano precisati i suoi compiti come segue:
- leggere all’allievo una serie di coppie di parole; compito dell’allievo era di memorizzare le coppie, in vista della fase successiva; ripetere la seconda parola di ogni coppia accompagnata da quattro associazioni alternative, e chiedere all’allievo quale fosse, tra quelle elencate, la parola presente nella coppia originaria.
- decidere se la risposta fornita dall’allievo fosse corretta;
- in caso fosse sbagliata, infliggere una punizione, aumentando l’intensità della scossa a ogni errore dell’allievo.
Quest’ultimo veniva legato a una specie di sedia elettrica e gli era applicato un elettrodo al polso, apparentemente collegato al generatore di corrente posto nella stanza accanto. Il compito dell’alievo(complice) era rispondere alle domande, e fingere una reazione con implorazioni e grida al progredire dell’intensità delle scosse (che in realtà non riceveva), fino a che, raggiunti i 330 V, non emetteva più alcun lamento, simulando di essere svenuto per le scosse precedenti.
Lo sperimentatore aveva il compito, durante la prova, di esortare in modo pressante l’insegnante: «l’esperimento richiede che lei continui», «è assolutamente indispensabile che lei continui», «non ha altra scelta, deve proseguire».
Il grado di obbedienza fu misurato in base al numero dell’ultimo interruttore premuto da ogni soggetto prima che quest’ultimo interrompesse autonomamente la prova oppure, nel caso il soggetto avesse deciso di continuare fino alla fine, al trentesimo interruttore. Soltanto al termine dell’esperimento i soggetti vennero informati che la vittima non aveva subito alcun tipo di scossa.
“Quasi il 90% delle persone portarono a termine l’esperimento incuranti delle urla strazianti dello studente.”
Il male in questo esperimento è visto come la disposizione a obbedire ciecamente all’autorità.
L’esperimento del carcere di Stenford
Lo scopo di questo esperimento era di studiare quanto un sistema istituzionale è in grado di condizionare il comportamento di una persona.
Philip Zimbardo e i suoi colleghi dell’Università di Stanford studiarono questo fenomeno simulando la vita carceraria. Grazie all’aiuto di un ex detenuto, riprodussero una vera e propria prigione per assicurarsi un buon grado di realismo. Su un quotidiano venne pubblicato un annuncio che chiedeva volontari per una ricerca, gli sperimentatori ne scelsero 24, maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti devianti. I ruoli di detenuti o guardie furono assegnati casualmente. I prigionieri furono obbligati a indossare ampie divise sulle quali era applicato un numero, sia davanti che dietro, un berretto di plastica, e fu loro posta una catena a una caviglia; dovevano inoltre attenersi a una rigida serie di regole. Le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardare loro negli occhi, erano dotate di manganello, fischietto e manette, e fu concessa loro ampia libertà circa i metodi da adottare per mantenere l’ordine. Tale abbigliamento poneva entrambi i gruppi in una condizione di deindividuazione.
I risultati di questo esperimento sono andati molto al di là delle previsioni degli sperimentatori, dimostrandosi particolarmente drammatici. Dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno delle celle inveendo contro le guardie; queste iniziarono a intimidirli e umiliarli cercando in tutte le maniere di spezzare il legame di solidarietà che si era sviluppato fra essi. Le guardie costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare, a pulire le latrine a mani nude… Al quinto giorno i prigionieri mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era docile e passivo, il loro rapporto con la realtà appariva compromesso da seri disturbi emotivi, mentre per contro le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico. L’esperimento, la cui durata prevista era di 2 settimane, fu interrotto il sesto giorno, il 20 agosto del 1971, a causa della situazione drammatica che si era instaurata nella prigione.
L’importanza e l’attualità degli studi di Zimbardo e di altri ricercatori, sarebbe dimostrata dalle vicende riguardanti le torture cui furono sottoposti i prigionieri iracheni nella Prigione di Abu Ghraib, ad opera di militari statunitensi, durante l’occupazione militare dell’Iraq. Le immagini diffuse dai media, che ritraggono le sevizie e le umiliazioni subite dai prigionieri, risultano drammaticamente simili a quelle prodotte durante l’esperimento dell’Università di Stanford.
Le tesi alla base di questo esperimento vengono analizzate da Zimbardo in un suo saggio del 2007 (in Italia, pubblicato nel 2008) intitolato L’effetto Lucifero (sezione LIBRI).
Lo scandalo di Abu Ghraib
Durante la guerra in Iraq del 2003 furono commesse una serie di violenze, atrocità, torture, stupri e omicidi nei confronti dei detenuti della prigione di Abu Ghraib da parte di soldati dell’Esercito degli Stati Uniti e agenti della CIA (Central Intelligence Agency). Il caso venne alla luce grazie alla diffusione di numerose foto online degli episodi di tortura. Gli abusi vennero portati all’attenzione della CBS e subito condannati dagli stessi USA. L’amministrazione Bush cercò di liberarsi da ogni responsabilità affermando che si trattava di mele marce, di soldati deviati ma si scoprì che non si trattava di episodi isolati, bensì che l’autorizzazione di “togliersi i guanti di velluto” proveniva dalle alte gerarchie militari. Quindi chi sono responsabili? O meglio, COSA è responsabile? Il cattivo contenitore.
Durante la guerra in Iraq del 2003 furono commesse una serie di violenze, atrocità, torture, stupri e omicidi nei confronti dei detenuti della prigione di Abu Ghraib da parte di soldati dell’Esercito degli Stati Uniti e agenti della CIA (Central Intelligence Agency). Il caso venne alla luce grazie alla diffusione di numerose foto online degli episodi di tortura. Gli abusi vennero portati all’attenzione della CBS e subito condannati dagli stessi USA. L’amministrazione Bush cercò di liberarsi da ogni responsabilità affermando che si trattava di mele marce, di soldati deviati ma si scoprì che non si trattava di episodi isolati, bensì che l’autorizzazione di “togliersi i guanti di velluto” proveniva dalle alte gerarchie militari. Quindi chi sono responsabili? O meglio, COSA è responsabile? Il cattivo contenitore.
La banalità del male
Hannah Arendt, in La banalità del male, espone i resoconti sul processo al gerarca nazista Eichmann. La sua riflessione sulla natura del male rivela quanto sia banale e, per questo motivo, ancora più terrificante. Eichman non era che un burocrate che eseguiva gli ordini senza curarsi delle conseguenze. Non un’indole maligna.
«Il processo ad Eichmann diede occasione a molti di riflettere sulla natura umana e dei movimenti del presente. Eichmann tutto era fuorché anormale: era questa la sua dote più spaventosa. Sarebbe stato meno temibile un mostro inumano, perché proprio in quanto tale rendeva difficile identificarvisi. Ma quel che diceva Eichmann e il modo in cui lo diceva, non faceva altro che tracciare il quadro di una persona che sarebbe potuta essere chiunque: chiunque poteva essere Eichmann, sarebbe bastato essere senza consapevolezza, come lui. Prima ancora che poco intelligente, egli non aveva idee proprie e non si rendeva conto di quel che stava facendo. Era semplicemente una persona completamente calata nella realtà che aveva davanti: lavorare, cercare una promozione, riordinare numeri sulle statistiche, ecc… Più che l’intelligenza gli mancava la capacità di porsi il problema delle conseguenze e degli impatti delle proprie azioni.» Hannah Arendt, La banalità del male (1963)
I 7 elementi del male
Ecco i 7 fattori che facilitano l’Effetto Lucifero, ovvero permettono la trasformazione nel male:
- Fare il primo passo senza pensare
- Deumanizzare gli altri
- Anonimizzazione di se stessi
- Eterodirezione: allentamento della responsabilità personale, interpretare il proprio agire come esterno
- Obbedienza cieca all’autorità
- Conformarsi acriticamente alle norme di gruppo
- Tolleranza passiva del male attraverso inazione o indifferenza
GLI EROI

Coloro che scelgono di deviare, di resistere al sistema, sono persone normali che compiono azioni straordinarie, sono eroi. Le chiavi di volta dell’eroismo sono due:
- Agire quando gli altri sono passivi.
- Agire pensando in modo sociocentrico, non egocentrico
PER ESSERE UN EROE DEVI IMPARARE AD ESSERE DEVIANTE, PERCHE’ ANDRAI SEMPRE CONTRO IL CONFORMISMO DEL GRUPPO. GLI EROI SONO PERSONE NORMALI LE CUI AZIONI SONO STRAORDINARIE. PERSONE CHE AGISCONO (Zimbardo)
“Se vi ricordate, l’angelo preferito di Dio era Lucifero.
Sembra che lui abbia disobbedito a Dio, chè è la disubbidienza suprema all’autorità. E quando lo fece fu cacciato dal paradiso e divenne il diavolo… Così comincia la forza del male nell’universo.
Paradossalmente, è stato Dio a creare l’inferno come luogo dove tenere il male.
Questo percorso di trasformazione cosmica dell’angelo preferito di Dio che diventa il Diavolo, crea il contesto per capire gli esseri umani che vengono trasformati da persone buone, normali, in attori del male.
Quindi l’Effetto Lucifero, anche se si concentra sul male (il male che le persone possono diventare, non il male che le persone sono )mi porta ad una definizione psicologica: il male è l’esercizio del potere.
Ecco la chiave: è una questione di potere. Potere di far male alle persone psicologicamente, di colpirle fisicamente, di distruggere mortalmente persone o idee, e di commettere crimini contro l’umanità. Il potere è nel sistema. Il sistema crea la situazione che corrompe l’individuo. E questo è il potere dei costruttori di cattivi contenitori.
Se vuoi cambiare una persona devi cambiare la situazione. Se vuoi cambiare la situazione, devi sapere dov’è il potere nel sistema.
Quindi l’Effetto Lucifero implica la comprensione delle trasformazioni del carattere delle persone attraverso questi tre fattori. Ed è un gioco dinamico. Le persone, cosa si portano dietro nelle situazioni? Le situazioni, cosa fanno uscire dalle persone? E qual’è il sistema che crea e mantiene questo tipo di situazione?Quali sono i sette processi sociali che rendono scivolosa la discesa verso il male?
Fare il primo piccolo passo senza pensare… De-umanizzazione degli altri… Anonimizzazione di sè stessi…. Allentamento della responsabilità personale… Obbedienza cieca all’autorità…. Conformarsi acriticamente alle norme del gruppo… Tolleranza passiva del male attraverso inazione o indifferenza.“